Negarsi al mondo: Hikikomori e introversione

Negarsi al mondo: Hikikomori e introversione

Hikikomori è un termine giapponese composto dalle parole Hiku (tirare) e Komoru (ritirarsi), e sta ad indicare il ritiro volontario di un individuo da ogni relazione sociale. Il fenomeno dell’Hikikomori è stato riscontrato in Giappone a partire dalla seconda metà degli anni ottanta, e riguarda adolescenti e giovani adulti fino all’età di trent’anni, che possono recludersi dalla vita per mesi o addirittura per anni. Questi ragazzi solitamente si ritirano nella loro stanza, ed utilizzano il computer ed internet come unica fonte di contatto con l’esterno. Di solito la segregazione riguarda giovani maschi appartenenti a classi sociali medio-alte.

Le organizzazioni nipponiche no-profit stimano che in Giappone circa un milione di individui vivano in condizione di isolamento, e ipotizzano che si tratti di una cifra destinata a crescere con il tempo. Le ragioni di questo comportamento vanno ricercate nel rapporto tra le richieste sociali e il giovane: in un paese altamente industrializzato come il Giappone, la pressione esercitata sul singolo individuo è altissima, così come le aspettative dettate dalla forte cultura del lavoro e del dovere.

Quindi in uno scenario del genere c’è poco spazio per la diversità, e il conformismo diventa schiacciante per gli adolescenti. L’Hikikomori allora si può leggere come il tentativo estremo e perlopiù inconscio, da parte dei giovani, di negarsi ad un destino che li vorrebbe performanti e attivi socialmente. Però questa ribellione non è messa in atto in maniera violenta ed eclatante, bensì con la ferma e silenziosa esclusione di se stessi dal mondo. Il giovane Hikikomori sottrae il proprio corpo e la propria mente, magari brillante, a quel processo che lo vorrebbe impegnato all’interno del sistema produttivo nazionale, tra i più avanzati del pianeta.

Il fenomeno dell’Hikikomori si sta diffondendo anche in occidente (seppure con numeri meno importanti di quelli giapponesi), Italia compresa, assumendo però delle diversità di tipo antropologico. Infatti in Italia, seppure isolato dal mondo sociale, il ragazzo mantiene il contatto con i genitori, a differenza del giovane giapponese che smette di consumare i pasti in famiglia e preferisce mangiare in solitudine nella propria stanza. Inoltre in Italia si riscontrano più casi di isolamento da parte di ragazze, dato spiegabile dal fatto che in Giappone, per una differenza culturale, una donna che non esce di casa non desta particolari preoccupazioni da parte della società.

In generale dobbiamo considerare il ritiro del giovane come un dato comportamentale, che non è possibile comprendere fino in fondo senza addentrarsi in dinamiche psicologiche più sottili, alcune delle quali caratterizzano la timidezza e l’introversione. Al netto del pregiudizio diffuso che vorrebbe gli introversi come persone ripiegate su se stesse in modo patologico, e gli estroversi individui attivi e interessati a tutto ciò che riguarda la vita, spesso i primi tipi sono depositari di ricche potenzialità intellettive ed emotive, che però hanno difficoltà ad esprimere e valorizzare.

L’individuo introverso può così giungere a ritenersi inadeguato alla realtà sociale più superficiale, che spesso richiede doti tipiche del carattere estroverso: facilità nel comunicare ed adattamento ai contesti umani più disparati e variabili. Sicché il giudizio negativo di sé può portare l’introverso a non mettere in gioco le proprie caratteristiche quali sensibilità e riflessività, essenzialmente in due modi. Il primo è quello che abbiamo osservato col fenomeno dell’Hikikomori, in cui ci si taglia completamente fuori da qualsiasi possibilità di crescita derivante dall’incontro con gli altri; mentre il secondo si basa su quello che lo psicoanalista Donald Winnicott ha definito come falso sé: ovvero il tentativo di celare la propria natura più autentica e di mimetizzarsi, inscenando la disinvoltura tipica dell’estroverso. La persona in questo secondo caso, per difendersi, cela agli altri e a se stesso una fetta più o meno abbondante del suo carattere, pagando però lo scotto di perdere autenticità e produrre malessere.

Questo malessere deriva dal fatto che una parte importante del sé non può esprimersi (o non lo può fare in maniera esplicita), e rimane censurata. Pensiamo, per fare un esempio, ad un ragazzo che ami la letteratura e la poesia, ma che per apparire adattato e prestante agli occhi dei coetanei decida di scolpire il suo fisico e i suoi muscoli, e di sacrificare i suoi interessi riflessivi: senza rinunciare a nulla avrebbe potuto creare un gruppo di discussione, reale e virtuale, in cui aggregare le passioni e gli interessi di tanti altri!

In entrambi i casi descritti il clinico può fornire gli strumenti per gestire e capire la propria introversione, e favorire un’integrazione relazionale che sia rispettosa delle proprie caratteristiche peculiari, al fine di promuovere un reciproco arricchimento tra la persona e il contesto. Se, come abbiamo detto, l’Hikikomori costituisce una resistenza non violenta ad un modello rigidamente conformista, la cura del fenomeno non può che passare dal riconoscimento, dalla valorizzazione e dallo sviluppo delle differenze individuali.

Bibliografia

Nicola Ghezzani (2009), A viso aperto. Capire e gestire timidezza, fobia sociale e introversione. Milano: Franco Angeli

Carla Ricci (2016), Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione. Milano: Franco Angeli

Donald W. Winnicott (1960), La distorsione dell’io in rapporto al vero e falso sé, in Donald W. Winnicott (1983), Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando editore