La personalità narcisistica

La personalità narcisistica

Quali sono le caratteristiche discriminanti di una personalità narcisistica? Ne elenco alcune: la mancanza di empatia, il disinteresse per i sentimenti altrui, l’incapacità di prestare autentica attenzione alle idee degli altri, il mancato riconoscimento del proprio contributo nei conflitti interpersonali e il porsi con superiorità nelle relazioni. Tutti questi aspetti possono essere sintetizzati in un unico tratto distintivo e centrale: l’incapacità di amare. Il narcisista non percepisce gli altri come persone dotate di bisogni specifici e di un’esistenza propria, e spesso fa un uso strumentale dell’altro per raggiungere i propri scopi. L’incapacità di amare e di trascendere se stessi non si riferisce solo ad altri esseri umani, ma anche a valori, ideali e progetti, per cui il narcisista può sperimentare un grande senso di vuoto e di apatia. Il narcisista può essere accompagnato dalla sottile sensazione che ogni relazione sia in fondo destinata a fallire, e si esclude ogni possibilità di trarre gioia e piacere dai legami.

Proviamo però a spingerci più in là, per non rimanere fermi agli aspetti puramente descrittivi. Chiediamoci allora cosa si celi dietro all’incapacità di amare. Innanzitutto va detto che ogni relazione d’amore instaura per sua natura un legame di dipendenza tra le persone che ne sono coinvolte (ne ho parlato ampliamente in un articolo sull’amore). Il legame ci chiede costantemente risorse, dedizione e cambiamenti nei confronti della persona amata. Il narcisista è colui che rifugge questa dipendenza, provando paura e odio verso i legami, e mantenendo un atteggiamento di ostilità nei confronti delle relazioni d’amore. Non per questo il narcisista è per forza una persona isolata e indipendente: può certamente esserlo, ma può vivere anche in un rapporto di coppia, in cui l’altro spesso è ridotto a strumento del proprio benessere, così da non dover mai correre il rischio di mettersi in gioco nel profondo. L’io esce dal contatto con l’altro identico a come vi è entrato, senza sorprese, senza cambiamenti, al sicuro da ogni coinvolgimento emotivo. Oppure può essere immerso in relazioni conflittuali e discontinue, che sembrano oscillare ora nell’amore, ora nell’odio, senza mai concretizzarsi in una relazione stabile. Il bisogno affettivo del narcisista viene rimosso, per lasciare posto ad una personalità chiusa e autarchica, che amministra in maniera lucida, conflittuale o ambivalente le relazioni con gli altri, con il risultato di non consentire lo sviluppo di legami sani.

Da dove origina questa avversione ai legami? Sappiamo che ha radici nella prima infanzia, proprio laddove tutti noi facciamo la prima esperienza di dipendenza verso l’adulto che si occupa di noi. Se la madre che accudisce ha a sua volta difficoltà in quest’ambito relazionale, è possibile che l’esperienza di dipendenza non sia positiva neanche per il neonato. Immaginiamo, per esempio, una madre sofferente che utilizzi il figlio in maniera narcisistica per soddisfare le sue carenze affettive: l’esperienza della dipendenza da parte di quel bambino sarebbe qualcosa legata al soddisfacimento dei desideri dell’altro, una sorta di schiavitù emotiva. In questo caso il bambino esiste per provvedere ai bisogni dell’adulto e non viceversa. Pensiamo inoltre che, quando il bambino richieda attenzioni emotive la madre lo abbandoni sistematicamente per inseguire i propri interessi. A questo punto il bambino sprofonderà in un dolore carico di angoscia e rabbia. Proprio questa risposta rabbiosa potrebbe diventare il prototipo della personalità narcisistica anche nelle relazioni future di dipendenza. In effetti quando siamo arrabbiati diventiamo insensibili, tanto che qualsiasi dolore sembra scomparire all’istante. Scopriamo così l’invulnerabilità e rovesciamo completamente la nostra condizione: passiamo dalla fragilità dell’abbandono alla forza della rabbia. Ovviamente non esistono determinismi nella costituzione della personalità, e quello che ho tracciato è un esercizio per riuscire meglio a comprendere i vissuti del narcisista. Allora possiamo capire meglio dove origini la paura di amare, che coincide con la paura di ricadere in una relazione di dipendenza dolorosa ed angosciante.
La rabbia diventa la risposta apparentemente salvifica attorno alla quale costruire un’identità dura e dominante. Così il narcisista esercitando relazioni di dominanza controlla l’angoscia di impotenza e umiliazione. È per questo che spesso ostenta grandiosità davanti agli altri e si pone con arroganza: rimuove l’angoscia tramite l’utilizzo di una dura corazza.

Intorno agli anni settanta, i clinici che si sono occupati di personalità narcisista hanno dato due spiegazioni diverse per la genesi di tale disturbo. Da una parte (mi riferisco agli studi di Otto Kernberg) si è sostenuto che la personalità narcisistica fosse mossa da un’aggressività innata che si riversa contro le relazioni di dipendenza, dall’altra (l’ipotesi di Heinz Kohut) si è sottolineato come l’aggressività fosse provocata da un fallimento empatico dei genitori. Nella prospettiva che ho presentato il narcisismo assume l’aspetto di una struttura difensiva con cui la persona si protegge da un senso d’angoscia di annientamento presente nelle relazioni con gli altri; quindi indossa una maschera, una corazza forgiata dalla superiorità e dall’arroganza.  Il carattere anaffettivo si fa scudo contro la dipendenza. L’io del narcisista nasconde anche a se stesso la sua profonda angoscia di umiliazione, e costituisce una strategia mimetica di perfetta autosufficienza. La fantasia è quella di non aver bisogno degli altri, di costruirsi interamente da sé, senza dover fare i conti con la propria storia di relazioni. La persona narcisista si costruisce un vero e proprio mito della forza che innalza a valore assoluto.

Come in ogni altra struttura difensiva del carattere da una parte abbiamo degli apparenti vantaggi nell’assumere tale postura, a fronte però di aspetti più patologici ed invalidanti. Partiamo dai vantaggi: i tratti narcisistici sono molto diffusi nella società contemporanea e premiati in molti contesti, soprattutto laddove scambi veloci e superficiali tra le persone hanno sostituito i rapporti più profondi e duraturi basati sulla costruzione dalla fiducia reciproca. Questo fa sì che molte persone siano incentivate quantomeno ad adottare certi atteggiamenti di spavalderia e finta sicurezza. Negli ultimi anni ci stiamo accorgendo di come il mondo stia diventando meno liquido di quanto pensavamo e sempre più duro ed esigente. Gli spazi di accoglienza dei nostri bisogni, della nostra umanità e della nostra fragilità si stanno restringendo, e in questo contesto c’è chi ritiene che sia adattivo assumere su di sé, in maniera speculare, la durezza del mondo. In questo senso il cinismo, l’insensibilità e la scaltrezza tipiche del narcisismo sembrano apparentemente valori adattivi alla realtà contemporanea.


Di contro però il narcisista non si accorge di quanto per lui sia difficile togliere la maschera con cui si protegge e trovare spazi di libertà. Quando la corazza difensiva non permette di esprimere il dolore e la sensibilità sottostanti, allora il danno prodotto può essere enorme. Il narcisista rischia di sprecare e vanificare durante la vita le sue doti più umane e autentiche, laddove queste qualità positive non possano essere messe in gioco nelle relazioni e quindi consentirgli di maturare ed arricchirsi come persona. Un po’ come certe armature medioevali così pesanti da schiacciare il corpo sensibile sotto il loro peso, e limitandone le possibilità di movimento e azione. Più gli ideali di forza e grandezza sono esigenti più l’autostima tende a diminuire, insieme ai momenti di piacere della vita e alla gratificazione nelle relazioni affettive. Il rischio quindi è quello di sacrificare ed inaridire la propria umanità nei casi più lievi, e di eradicarla nei casi più estremi.

Bisogna tenere sempre in mente che, se da una parte la personalità il narcisista è provvista di una corazza difensiva, dall’altra conserva la sofferenza delle esperienze passate. L’essere attuale duro del narcisista è l’effetto del suo passato doloroso che rimane il punto di riferimento per orientare il suo comportamento. La personalità è bloccata e non può evolvere perché questi due aspetti si autoescludono a vicenda e non possono entrare in contatto tra loro. Il narcisista teme inoltre che gli altri si accorgano e lo scoprano nella sua celata debolezza, pertanto può oscillare tra sentimenti di grandezza e vissuti di intensa vergogna. A queste oscillazioni corrispondono comportamenti più aggressivi e arroganti da un lato, e strategie di evitamento delle situazioni sociali temute dall’altra (nella letteratura clinica questi tratti opposti sono indicati con le categorie di narcisismo inconsapevole e ipervigile). Il clinico dovrà essere attento a non agire contro le difese, ma a contenerle in un rigoroso setting terapeutico. Dovrà altresì creare i presupposti di ascolto per un avvicinamento e una presa di contatto graduale della persona con la sue parti più sensibili e offese. La terapia avrà successo nel momento in cui sarà possibile integrare e ammorbidire la parte più dura del carattere con gli aspetti più sofferenti e umani.

 

Bibliografia

Nicola Ghezzani (2017), L’ombra di Narciso. Milano: Franco Angeli

Elsa F. Ronningstam (2001), a cura di, I disturbi del narcisismo. Milano: Raffaello Cortina Editore