Ansia e attacchi di panico

Ansia e attacchi di panico

Un ragazzo di trent’anni si trova alla guida della sua automobile nel traffico cittadino per recarsi a lavoro. La sera prima la sua compagna gli ha comunicato di aspettare un bambino, e lui si è dimostrato allegro, ma subito dopo è piombato in un muto silenzio. Mentre si trova sulla superstrada ripensa a quei momenti, e improvvisamente sente balzargli il cuore in gola, il respiro sembra mancargli e il petto gli si fa pesante. Il giovane deve accostare la macchina e uscire fuori, impossibilitato a proseguire la corsa.

Una ragazza vive con l’anziana madre di cui si prende cura da molto tempo. Infatti la donna soffre di una malattia cronica e in famiglia non c’è nessun altro che se ne occupa. In un giorno libero la ragazza sta per uscire di casa per incontrare un ragazzo conosciuto da poco, e inaspettatamente si sente colta da un respiro affannoso e da una forte nausea. La stanza le sembra rimpicciolirsi intorno a sé e la testa inizia a girarle, così ha bisogno di sedersi sulla poltrona del salotto e attendere che la crisi le passi. Poco dopo chiamerà l’amico e inventerà una scusa per non essere potuta uscire.

Entrambi questi ragazzi sono stati colpiti da un attacco di panico. Il panico rappresenta il momento parossistico dell’ansia patologica, e si muove quindi su quelle stesse logiche (al tema dell’ansia ho dedicato un articolo). A provocare l’ansia è il sentore di un pericolo nell’aria, qualcosa di incontrollabile al di fuori della nostra portata, e in alcuni casi l’ansia può montare fino a sfociare in una vera e propria crisi di panico.

Allora il corpo si scatena in una serie di reazioni automatiche, tra le quali possono comparire: tremori alle braccia e alle gambe, sudorazione, oppressione al petto, respiro corto o iperventilazione, tachicardia, alterazione della pressione sanguigna, nausea o disturbi addominali, formicolio agli arti e vampate di calore oppure brividi.

Accanto a queste risposte somatiche la persona colpita da un attacco di panico può sperimentare una forte paura di impazzire, di morire o di perdere il controllo, insieme a sensazioni di irrealtà e distacco dall’ambiente o da se stessa (chiamate derealizzazione e depersonalizzazione).

Nell’attacco di panico l’ansia si esprime soprattutto a livello somatico, e la persona è costretta ad abbandonare qualsiasi attività stesse svolgendo, nell’attesa che la crisi si esaurisca. Si può avere la netta sensazione di perdere il controllo del proprio corpo, visto che questo inizia ad rispondere autonomamente e in maniera inaspettata.

Ma al di là di una descrizione puramente fenomenologica, quali sono le dinamiche che scaturiscono in un attacco di panico?

Proviamo a osservarle a partire dalle due situazioni riportate sopra. Il ragazzo del primo esempio, che chiameremo Giovanni, riceve la notizia che la sua fidanzata è incinta. Dapprima si mostra contento, ma poi si rattrista: infatti il pensiero della paternità lo riporta alle responsabilità, al fatto che dovrà farsi carico del figlio ed eventualmente sposare la sua compagna.

Queste idee da uno parte lo rendono felice ma dall’altra gli stanno strette: lui in fondo si è sempre impegnato, si è laureato in giurisprudenza con entusiasmo suo e della famiglia, e ha trovato un lavoro in una solida azienda grazie all’aiuto del padre.

Forse percepisce la notizia della gravidanza della compagna come una responsabilità troppo grande, quando avrebbe voluto finalmente prendere più tempo per sé. Sente che la sua vita sta andando troppo di corsa. I due ragazzi sono davvero innamorati e felici insieme, così nella psiche di Giovanni si apre un conflitto, inaugurato da una serie di dubbi più o meno inconsci.

Il giorno dopo il ragazzo si trova solo nella sua auto e sta percorrendo un tratto di superstrada. All’improvviso l’attacco di panico lo ferma. Cosa è successo? Nella sua mente il viaggio in auto era associato al vagare, al partire e al fuggire da una situazione stretta. Così il panico interviene a neutralizzare la possibilità e la fantasia che Giovanni abbandoni la compagna.

Contemporaneamente l’attacco di panico testimonia al ragazzo la sua inaffidabilità come futuro padre, e lo riposiziona all’interno di un sistema di valori morali che ancora non riesce a padroneggiare. In fondo Giovanni non ha ancora preso una posizione autonoma di fronte ai dilemmi della vita, ed è ancora subordinato ai suoi valori morali. Il conflitto psichico allora si pone tra il rimanere fedele a quei valori, all’interno di cui si è mosso fin da piccolo, e il desiderio di realizzarsi come individuo indipendente.

Chiaramente la catena di significati e associazioni qui proposta può essere ricostruita a posteriori, all’interno di un lavoro clinico, e non è già presente nella coscienza di Giovanni, che si limita a essere vissuto dalle sensazioni negative dell’ansia e del panico.

La ricostruzione dei significati può avvenire perché la mente si muove per associazioni e per metafore, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti emotivi ed inconsci. Un’immagine, un ricordo possono rimandare ad un sentimento di cui ancora non siamo del tutto consapevoli. Un tramonto può evocarmi la fine di un lavoro o di una relazione, e una strada buia la possibilità di incappare in qualcosa di sconosciuto e temibile.

Nel caso di Giovanni, quella che appare come la buona notizia di un figlio in arrivo gli suscita una sensazione di soffocamento e chiusura, e il viaggiare da solo in auto si connette al desiderio di fuggire via.

Durante le sedute è il paziente che ricostruisce i significati connessi con le emozioni tramite le libere associazioni, mentre al clinico spetta il compito di soffermare l’attenzione su eventi e sintomi apparentemente privi di senso, e perciò rimasti chiusi su se stessi. Nel dialogo dell’incontro si ha la possibilità di sviluppare un pensiero laddove prima era avviluppato e coagulato in un sintomo.

Nel lavoro clinico abbiamo la possibilità di soffermarci sui sentimenti e sulle emozioni, dar loro un nome e un significato che si integri nella nostra psiche. Il sintomo ci ferma e ci obbliga ad interrogarci sul senso etico delle nostre scelte. Il conflitto sarà risolto tenendo conto di entrambe le parti in gioco nella persona: i valori da una parte e i desideri dall’altra, pervenendo alla possibilità di una maggiore autonomia. Così come indicato dall’etimologia della parola autonomia, si tratta di raggiungere una decisione in accordo a se stessi.

Allo stesso modo possiamo rileggere il secondo esempio in cui la ragazza, che chiameremo Adriana, sta per uscire con un ragazzo, Carlo, che ha conosciuto da qualche settimana. Carlo è un ragazzo solare e spontaneo che non ci ha messo molto ad entrare nel cuore di Adriana. Si frequentano da poco tempo ma Carlo si è già scoperto nei confronti di Adriana, che ne è rimasta del tutto folgorata. Lui le ha parlato di un suo trasferimento in un’altra città che avverrà dopo le vacanze estive, e ha chiesto ad Adriana di seguirlo.

Adriana è rimasta entusiasta dalla vitalità di Carlo e non ha avuto neanche il tempo di realizzare di essersi innamorata. Lei però ha sempre vissuto accanto alla madre, che soffre di una malattia cronica e necessita del suo aiuto. In questo caso il conflitto che si accende nella mente di Adriana contrappone l’amore e la devozione per la madre, al desiderio di apertura che l’innamoramento porta con sé.

Il giorno dell’uscita descritto sopra echeggia nella mente di Adriana come la partenza che ha immaginato insieme a Carlo, e di cui non ha comunicato ancora niente alla madre. L’ha tenuta per sé, come un segreto da coltivare e da assaporare nel profondo. Il panico interviene allora a tarpare le ali, nella fantasia di un tradimento messo in atto ai danni della madre, e quindi degli stessi valori che Adriana si porta dentro.

Anche in questo caso il panico mostra alla ragazza la sua presunta inaffidabilità. Il conflitto psicologico si configura apparentemente come insolubile: qualunque scelta pone Adriana di fronte ad un tradimento, di sé o dell’altro. Quale strada scegliere? Il lavoro che Adriana dovrà compiere è quello di porsi davanti alle scelte per giungere ad una posizione etica soggettiva. Lo scacco in cui è incappata invece dimostra la difficoltà di darsi norme proprie davanti ad un conflitto.

Come clinico mi muovo nella direzione di una maggiore libertà ed autonomia per il soggetto, e questo lavoro necessita la capacità di tollerare una quota di ambivalenza, senza dover attaccare i legami di appartenenza. Sarà allora possibile per Adriana seguire i suoi desideri senza essere sleale con la madre? E Giovanni potrà inseguire la sua voglia di dedicarsi a se stesso senza per questo rinnegare il nuovo nucleo familiare? Quali strade possono essere pensate e immaginate?

In fondo si tratta di essere liberi senza dover tradire relazioni e affetti, come nella differenza che intercorre tra “l’essere libero da” e “l’essere libero di”.  Perciò occorre mediare tra bisogni di appartenenza e bisogni di individuazione, tenendo presente che la realtà contemporanea spinge il singolo a tentare di raggiungere qualcosa in più per sé, e per la propria crescita personale. Proprio per questo motivo il conflitto è presente negli individui e nella società, e la psicologia dialettica offre una strategia in grado di gestirlo con attenzione e mediazione, per arrivare ad un forma di libertà matura e consapevole.