Adolescenti, scuola e limiti

Adolescenti, scuola e limiti

Quello che segue è lo scambio per iscritto avvenuto tra me e il collega Fabrizio Botto, psicologo ed educatore in una scuola media, che mi ha sollecitato ed interrogato su uno spaccato di vita scolastica. Dalla mia prospettiva di psicologo ho risposto problematizzando una serie di aspetti riguardo ai ragazzi in questione, che poi sono del tutto simili a tanti studenti presenti nelle scuole italiane. In generale nel mondo scolastico è sempre più utile la presenza dello psicologo, non solo come professionista che si prende carico direttamente delle difficoltà degli studenti presso lo sportello d’ascolto, ma anche come figura di supervisione per insegnanti ed educatori. Quante sono le situazioni di potenziale disagio o conflitto scolastico che possono essere risolte o quantomeno approcciate in maniera differente grazie ad una consultazione psicologica?

 

Una questione di limite

Ciao Filippo, volevo condividere con te uno spaccato di pratica clinica/educativa, chiamandoti a darne una lettura e un contributo alla luce degli interrogativi che muovo o di ciò che ti colpisce.

Lavoro come educatore in una scuola media, parte del mio servizio consiste nella conduzione di spazi laboratoriali pensati per accogliere quei ragazzi che all’interno della normativa rientrano nella cosiddetta fascia C: disagio di natura culturale e sociale, in assenza di una certificazione ai sensi della legge 104. Questi laboratori, che si svolgono durante l’orario curricolare, sono tenuti da diversi educatori e hanno l’obiettivo di offrire ai ragazzi uno spazio relazionale attento e protetto nel quale sperimentarsi in attività di diversa natura (cucina, sartoria, lavorazione del legno, ecc.) con l’obiettivo di recuperare o potenziare alcune aree didattiche e apprendimenti, ma soprattutto di crescere nelle proprie modalità relazionali con i pari e con gli adulti.

Si tratta spesso di ragazzi immigrati di seconda generazione, nati in Italia, o di ragazzi e ragazze che provengono da nuclei familiari non francamente disagiati: rari sono i casi in cui prendiamo in carico situazioni di ragazzini e ragazzine con genitori tossicodipendenti o con collegamenti alla criminalità, piuttosto che con madri che si prostituiscono o padri in stato di reclusione. Sono comunque ragazzi e ragazze a rischio devianza, con un contenimento familiare minimo o assente. Alcuni di loro sono inseriti in percorsi di residenzialità leggera accedendo in forma diurna ai gruppi appartamento sul territorio; altri/e hanno un educatore domiciliare. Hanno tutti tra i 13 e i 15 anni, fanno spesso “sega” a scuola, sono sovente coinvolti in piccoli furti, fenomeni di devianza di gruppo, piccolo spaccio e utilizzo di hashish/marijuana.

Oggi dopo due ore piacevoli passate in un gruppetto da 5, negli ultimi momenti dopo aver ultimato la pulizia degli spazi, sono tutti già pronti con lo zaino e chiacchierano tra di loro in attesa del suono della campanella. Mentre ultimo anch’io la fase di riordino sento A., una ragazzina di 14 anni, condividere con gli altri alcuni fatti e pensieri:
A. parla di L., un’altra ragazzina della scuola. Racconta gli altri che “si sta sputtanando perché stanno girando le sue foto nuda che ha mandato a un ragazzo…. e questo non era neanche il suo tipo, è uno che stava con un’altra ma con cui lei ci voleva provare…
N., un ragazzino di 14 anni: “Sì sono arrivate anche a me quelle foto [ride] come poi quell’altra, la foto di D. [altra ragazzina della scuola] che fa un p******  a uno…
N. continua: “Al di là del tipo che è un infame ad aver condiviso le foto… certo che devi essere proprio stupida per farti delle foto nuda e mandarle via WhatsApp”.
P., altro ragazzo: “Almeno fallo su snapchat, così dopo si elimina tutto da solo…!
C’è chi ride, chi annuisce.
A. è d’accordo e aggiunge: “Sì e poi è incoerente perché quando questa stessa cosa è successa ad V. [altra ragazzina della scuola] la sputtanava e le dava dell’idiota… devi capire che sei nel 2017 e che per gli adolescenti passa tutto sui Social Network…
R., altro compagno del gruppo: “Sì comunque L. le ha uscite più di una volta anche davanti a me…” [si riferisce al fatto che la ragazza gli ha mostrato il seno].
Ancora A. “E quando le ho detto che mi sembrava che la stesse prendendo un po’ alla leggera mi ha risposto che non può mica suicidarsi…”.
Tutti ridono.

Il suono del campanello delle 13:00 interrompe questo scambio, i ragazzi si salutano, mi salutano, si dileguano.
Quello che mi colpisce non è tanto il contenuto del loro scambio, o meglio lo è nella misura in cui è veicolato da certe modalità: l’informalità, la tranquillità farcita di vuoto con cui parlavano mi ha mosso fantasie su quanto questo potesse essere uno su un milione degli stessi insipidi dialoghi che questi ragazzini hanno. A., mentre parlava, aveva un tono  che oscillava tra quello di una tronista di “Uomini e Donne” e quello di un’esperta educatrice che parla dei problemi dei propri educandi. Negli altri un ghigno beffardo qua, uno sguardo assente là… una sensazione generale di vuoto attorno a parole e fatti così grossi, così potenti, così carichi di chissà cosa.

Quello che mi interroga di questa vignetta è qualcosa di semplice ma disarmante: cosa ce ne facciamo, noi adulti, di questa roba? Come la trattiamo, in un contesto che è questo, quello scolastico? Penso a numerose altre situazioni del genere cui ho assistito all’interno di questo contenitore chiamato laboratorio che, è innegabile, acquista una valenza a volte terapeutica per il percorso di certi ragazzi, ma rimane comunque un pezzo di scuola. Penso al mio pormi, e a quello di tanti colleghi e colleghe, di fronte a questi  spaccati di realtà dei ragazzi. Lo facciamo, a volte, con un ascolto che mi sembra troppo coinvolto; a volte con dei muri e delle rigidità… altre volte ancora lasciando che questi discorsi emergano e ritornino sommersi senza alzare polvere, un po’come delle interferenze radio, o del rumore di fondo.

Io credo che la difficile sfida cui questi ragazzi ci chiamano riguardi l’idea del limite e del contenimento come elemento che sia contemporaneamente autoritario, asimmetrico e normativo, ma anche caldo, aperto, affettuoso e rispettoso. Come porsi in questa, che mi sembra essere la nostra sfida educativa attuale? Ho come l’impressione che scivolare verso l’uno o l’altro dei poli di questa difficile posizione adulta sia estremamente semplice. Credo che da un lato questi discorsi, portarti come fossero chiacchiera quotidiana, hanno bisogno che venga restituito loro quel carattere di indicibilità, forse di vergogna, paura, senso di colpa…? che invece sento perso completamente nel momento in cui l’adulto – in quello che io percepisco come un tentativo di dare spazio ai vissuti del minore senza farsi vedere impaurito – si posiziona in un modo che per quanto coinvolto e vicino, rischia di far profumare tutto di acqua di rose; di contribuire allo svuotamento della sofferenza e della pesantezza insita nei contenuti oggetto di questi discorsi. Un’anestesia generale, una diluizione, che passa invece, a volte, attraverso queste forme di “ti sento ma non ascolto”, “non è questo il luogo”, “tra 10 minuti suona la campanella”. Dall’altra parte credo che un eccessiva rigidità sulla posizione di autorità, sulla norma, sul limite si traduca spesso in una chiusura; nel privare questi ragazzini dell’unico, o forse di uno dei pochi, spazi protetti in cui poter sottoporre il sofferente vuoto di questi tormenti adolescenziali al vaglio della figura adulta.

Dott. Fabrizio Botto

 

La mia risposta

Caro Fabrizio. Innanzitutto ti ringrazio per aver voluto condividere con me questo spaccato di vita scolastica, insieme alle tue riflessioni. Le domande che mi fai, che ti poni sono preziose, vediamo come posso risponderti.

Nella scena che hai descritto ci sono dei tredicenni e quattordicenni, e discutono con noncuranza di argomenti che potrebbero quantomeno lasciare perplessi noi adulti, al limite sconcertati. Di queste brevi battute ti colpiscono “l’informalità e la tranquillità con cui parlavano” di una ragazza, le cui foto di atti sessuali stanno girando per la scuola. Si tratta di una situazione di potenziale sofferenza e disagio, e colpisce anche me il tono di noncuranza con cui i ragazzi affrontano l’argomento. Penso che sia proprio questa nonchalance nel maneggiare argomenti scottanti che può disorientare chi ascolta. L’effetto che a primo acchito mi potrebbe suscitare una situazione del genere è anche quello di sentirmi tagliato fuori dal discorso. Infatti mentre leggevo il tuo racconto mi sono sentito a tratti spiazzato: mi chiedevo dove fossero andati a finire i dubbi e lo stupore nel loro scambio su argomenti “così potenti”. Dubbi e stupore che invece noi ci poniamo e a partire dai quali ci interroghiamo. Allora mi chiedo: è possibile che questi ragazzi tredicenni e quattordicenni siano così esperti e competenti nel parlare di relazioni, di sesso con “un tono che oscillava tra quello di una tronista di uomini e donne e quello di un’esperta educatrice”? È questo l’elemento che metto in crisi nella mia mente e che cerco di falsificare. La risposta che mi sono dato è che questi ragazzi si stiano semplicemente difendendo da un argomento difficile, assumendo una posa di sicurezza. Si stanno proteggendo con quella formula narcisistica che consente di mimare un certa dominanza della situazione, per controllare l’angoscia dell’impotenza. Tutto sommato lo stanno facendo in maniera anche comprensibile e competente, mostrando un “ghigno beffardo” come maschera protettiva, anche se qualcuno ha lo “sguardo assente”, e mi fa immaginare che un po’ di spaesamento trapeli, e che forse questi argomenti non siano davvero maneggiati.

In fondo questi ragazzi non si sono inventati nulla, basta accendere la televisione o girare su internet per osservare modalità analoghe: siamo tutti così smart, le relazioni sono qualcosa da poter consumare alla svelta, da cui entrare ed uscire senza troppo pathos. Tutto questo avviene nel mondo degli adulti, infatti, per seguire il tuo esempio, uomini e donne è un programma condotto da adulti e pensato da adulti. Siamo talmente immersi dentro questo liquido che non lo percepiamo più, è diventato la normalità, e si tratta quindi di un problema di conformismo a certi modelli. Da questo punto di vista i progetti anti-bullismo nelle scuole vanno benissimo, ma per primi dovrebbero seguirli tanti adulti che navigano sul web insultando e offendendo qua e là. Sennò è una risposta ipocrita da parte di noi adulti. Il mondo è un luogo che si sta facendo più duro di questi tempi, di conseguenza seguendo una certa vulgata dobbiamo indurirci anche noi: bisogna essere cinici, farsi furbi (se sei furba non ti fai le foto su WhatsApp, ma su snapchat, e quella ragazza non lo è stata abbastanza, su questa base è da biasimare), non c’è tempo per trastullarsi, per dialogare, per crescere e sviluppare, bisogna essere performanti da subito, bisogna diventare indipendenti e buttarsi nella mischia.

Mi chiedi come porsi in queste situazioni e cosa farne di questi dialoghi. Non faccio l’educatore, e penso che sia un mestiere davvero difficile, perché sei immerso braccia e gambe nello stesso liquido in cui si trovano i ragazzi, e tutto succede istantaneamente, senza il tempo per poter riflettere. Da psicologo posso immaginare quale possa essere l’atteggiamento che mi permetta di entrare in contatto con i ragazzi. Innanzitutto lasciando uno spazio nella mia mente per pensare che anche questi ragazzi in fondo possano essere disorientati e persi. Questo mi permette anche di non prendere come definitiva la sicurezza che ostentano. Prima ho scritto che mi sarei sentito tagliato fuori dai quei discorsi dei ragazzi. La parola tagliare mi fa venire in mente quanto un atteggiamento di cinismo sia violentemente espulsivo rispetto a certi contenuti di fragilità, paura e sofferenza. Deve essere difficile per loro stare con queste emozioni. Come recuperarle allora? Come problematizzare certe tematiche? Come ascoltare certi “sguardi vuoti”? Accettare e accogliere la propria perplessità e paura di adulto, senza rifuggirla, cercando di darle un senso, per instillare la scintilla del dubbio anche nei ragazzi. Questa potrebbe essere una via, che in fondo tu hai già iniziato a percorrere. Il fatto che tu abbia registrato questi sentimenti, che altrimenti rischiavano di essere tagliati via, è di primaria importanza per il ruolo che ti poni di occupare. Si tratta allora di elaborarli e rimetterli in circolo in maniera costruttiva per tutti. Naturalmente sono necessari tempo, fiducia e pazienza. Questa potrebbe essere la strada del contenimento emotivo, perché si fa carico di recuperare e restituire certi contenuti che sarebbero andati persi.

La strada dell’autorità è scivolosa, almeno da un certo punto di vista. Si rischia di rispondere alla durezza con altra durezza. Allora ci stiamo difendendo anche noi, solo con una moneta più forte: si norma, si giudica, si pontifica. Ma è anche una strada poco percorribile perché l’autorità presuppone il potere di stabilire le regole e di farle rispettare. Quali dovrebbero essere? Limitare l’uso dei telefoni? Tutti i ragazzini ne hanno uno ormai (o più di uno), magari regalato dal genitore per il compleanno. Qui permettimi una piccola digressione: i problemi di oggi sono gli stessi di ieri, solo che la tecnologia possiede un potere amplificatore esponenziale.

In Amarcord i ragazzini vanno in piazza a scrutare i grossi sederi delle massaie che montano sulle biciclette e poi si ritrovano insieme a masturbarsi in macchina; e c’è la Volpina, la ninfomane del paese che vorrebbe andare a letto proprio con tutti. Oggi gli stessi ragazzini di Fellini si collegherebbero sul primo sito porno dal loro telefono, e la Volpina manderebbe in giro le foto del suo sesso. Va da sé. La tecnologia ci ha dato un potere enorme, nel bene e nel male, di cui non tutti sono pienamente consapevoli. Quante cose può fare un quindicenne con un telefono e una carta di credito sottratta al genitore? Ci possiamo chiedere quanto questo potere in mano ad alcuni ragazzi possa avere un effetto destabilizzante, ma di fatto è un fenomeno in atto. Sono temi su cui è utile ragionare, anche con i ragazzi.
Invece se l’adulto è troppo vicino agli adolescenti non sta facendo l’adulto, come hai già osservato tu. Magari incapace di riconoscere quella fetta di cinismo che comunque i ragazzi hanno incorporato dal mondo. Oppure, ancora peggio, c’è l’adulto che collude, e che per sentirsi alla mano (quindi in fondo per essere accettato) si allinea ad uno stile noncurante e sprezzante.